James Dean – Attore

James Dean

James Dean

Quella di James Dean è un’icona che la cultura giovanile ha introiettato, ormai quasi inconsapevolmente, e la cui leggenda continua a perpetuarsi da più generazioni, senza peraltro veder diminuire il suo sottile fascino e la sua attualità. Non è facile trovare un altro personaggio che, al suo pari, ha influenzato tanto, e così a lungo, i comportamenti, il modo di vestire, le mitologie metropolitane dei giovani; al punto da potersi affermare che in ogni giovane c’è riposto qualcosa che appartiene a James Dean, prototipo di ogni teenager.

INFANZIA: James Byron Dean nacque l’8 febbraio del 1931 a Marion, nell’Indiana, in quello che allora era uno tra gli stati americani più depressi e rurali. La sua prima infanzia fu segnata dalla prematura scomparsa della madre e dal difficile rapporto con il padre. Fu amorevolmente allevato dagli zii e, appassionatosi sin da giovane al teatro e ad altre attività creative, cominciò a sviluppare una personalità inquieta, eccentrica, ambiziosa, e che sarebbe rimasta carica di conflitti adolescenziali mai risolti.

LA SUA ASCESA: Alcuni anni dopo, furono sopratutto queste sue caratteristiche peculiari a convincere il regista Elia Kazan che il ventitreenne James Dean – il quale aveva studiato recitazione, frequentato l’ “Actors Studio” e aveva già alle spalle diverse esperienze teatrali, ma anche radiofoniche e televisive – possedesse la personalità più adatta per interpretare il difficile personaggio di Cal Trask nel film La valle dell’Eden (“East of Eden”, 1955), tratto dall’omonimo romanzo di Steinbeck. Per il ruolo, egli fu preferito sia a Marlon Brando, sia a Montgomery Clift: gli altri due più anziani “ribelli di Hollywood”, entrambi modelli di riferimento per il giovane James Dean, non possedevano a parere di Kazan la stessa carica emotiva, lo stesso risentimento nei confronti della figura paterna, la stessa giovanile irruenza, la medesima profonda infelicità. Fu così che al giovane attore, per la prima volta, si aprirono le grandi porte della celebrità e del successo, da egli a lungo anelato.Ma, se James Dean aveva bisogno di Hollywood per appagare la sua innata e irrefrenabile ambizione, anche Hollywood aveva bisogno di attori come lui. In quegli stessi anni, infatti, la celebre “fabbrica dei sogni” si stava aprendo anche a un nuovo modo di far cinema: più libero e indipendente, caratterizzato da uno stile più realistico, pregnante e meno auto-celebrativo, attento ai fenomeni sociali e soprattutto al nascente universo giovanile, che il cinema stesso contribuì a definire ed alimentare. James Dean restò a Hollywood appena diciotto mesi ed ebbe il tempo di recitare solo in tre pellicole ma, pur in questo esiguo arco di tempo, rivoluzionò non soltanto la vita di milioni di teen-ager, ma anche lo stile di recitazione di parecchi attori cinematografici. Solitario, irrequieto, dal fascino un po’ tenebroso, sin dal suo esordio in La valle dell’Eden, questo enfant terrible di Hollywood fu considerato un eroe dalla gioventù americana, dimostrandosi in grado di rappresentarne lo straniamento, di denunciarne l’incomprensione, di esorcizzarne la solitudine. James fu assunto come portavoce di un’intera giovane generazione che, per la prima volta, cercava di affermare sé stessa. Negli stessi mesi, un altro fenomeno rivoluzionario, il rock ‘n’ roll, faceva la sua clamorosa comparsa. Fu però soprattutto la seconda interpretazione, Gioventù bruciata, quella più memorabile e che consegnò alla posterità la leggenda di James Dean nella forma in cui è stata tramandata da allora: è l’immagine risultante da “Gioventù bruciata”, infatti, a esser quella più intimamente legata al mito dell’attore anche perché, in questo film, l’uomo Dean e il personaggio da lui interpretato, Jim Stark, grazie anche a una sapiente regia, sembrano davvero giungere a identificarsi del tutto; in questo modo, il film si trasforma quasi in un documento biografico dell’attore, un frammento della sua breve vita e, allo stesso tempo, anche una premonizione della sfortunata morte che, ancor prima che il film uscisse nelle sale, egli avrebbe trovato.

LA FINE DELLA SUA VITA: Era il tardo pomeriggio, già tendente alla sera, del 30 settembre 1955: nella statale 466 in direzione di Salinas, California, una Porsche Spider non poté evitare la collisione con un altro veicolo che, forse per una distrazione dell’autista, ne aveva invaso la corsia. L’impatto fu devastante: per il conducente dell’auto non ci fu nulla da fare, era deceduto sul colpo e la sua auto ridotta in pezzi. Alcune ore più tardi, tra lo sgomento generale, cominciò a diffondersi la notizia che James Dean era morto. Aveva 24 anni. Quel 30 settembre del ’55, l’America dei giovani – e non solo – si ritrovò in lacrime per la perdita di un eroe; si assistette a scene di delirio tragico paragonabili solo a quelle che, trent’anni prima, avevano accompagnato la scomparsa di Rudolph Valentino. Appena una settimana prima della tragica collisione alla guida della sua “Little Bastard” – aveva soprannominato così la nuovissima Porsche 550 -, l’attore aveva ultimato a Hollywood, al fianco di Liz Taylor, le riprese principali del kolossal Il Gigante (“Giant”, 1956), diretto da George Stevens; la sua terza e ultima interpretazione cinematografica, sebbene non da protagonista. Il film uscì nelle sale un anno dopo la sua morte e fu accolto con grande clamore. Alcuni mesi più tardi, Hollywood offrì il primo di tanti futuri tributi al suo giovane e sfortunato eroe: The James Dean Story (1957), un vivace documentario co-diretto da un giovane Robert Altman, e la cui colonna sonora ebbe come interprete d’eccezione il jazzista Chet Baker (il quale, anch’egli bello e maledetto, prese a esser soprannominato il “James Dean del jazz”). Nel film, tuttavia, l’intento documentaristico finiva in realtà per rivelare i propri limiti, facendo assumere all’attore da poco scomparso già un’intensa aura di leggenda. Leggenda che, da allora, non sembra conoscere tramonto.

CURIOSITA’: Dalla metà degli anni 50 ai nostri giorni, James Dean è stato oggetto di un vero e proprio culto: per decenni, migliaia e migliaia di fan lo hanno venerato e imitato, ne hanno commemorato la morte, ne hanno visitato la tomba, ne hanno collezionato cimeli e oggetti, alcuni hanno persino partecipato a competizioni in suo ricordo. La sua immagine è stata abbondantemente utilizzata e rielaborata – in modo più o meno diretto – dall’industria del cinema, della televisione e della moda. Si può anche dire che nessuno abbia contribuito quanto lui a definire quello che è ancora oggi il look più diffuso nei giovani di tutto il mondo: jeans e t-shirt, indumenti ormai considerati inseparabili dallo stesso stauts di giovani. Ma forse è nell’universo del rock, e delle sue proprie mitologie, che l’influenza dell’attore è stata più pervasiva e autentica. Già all’indomani della sua scomparsa, infatti, il nascente rock&roll ne assunse non soltanto gli aspetti estetici, pur indispensabili per la definizione dei novelli rocker, ma anche l’anarcoide spirito di ribellione: Elvis, per consolidare la propria immagine, adottò strategicamente un look e delle movenze “animalesche” alla James Dean, del quale era un fanatico ammiratore; Gene Vincent ed Eddie Cochran, invece, giunsero a un’identificazione spirituale ben maggiore e, mentre il primo la scampò per due volte, il secondo trovò, come l’attore, una sfortunata e precoce morte sull’asfalto. La figura di James Dean accompagna, con le sue forti connotazioni, l’intera storia del rock; incarnandone quell’anima ribelle e dannata, ma anche fragile e fanciullesca, caratterizzando quella ricorrente immagine da “duri con il cuore tenero” e sfidando persino lo scontro generazionale, poiché simbolo così forte da essere assunto tanto padri quanto dai figli. Se già il giovane Bob Dylan considerava James Dean un idolo e ne lamentò la morte, alcuni anni dopo i Beach Boys gli dedicarono una canzone, un tributo a nome del popolo del surf. John Lennon giunse addirittura a dichiarare che “senza James Dean non sarebbero mai esistiti i Beatles”. Lo stesso Lennon, nella copertina del suo “Rock’n’roll”, era ritratto abbigliato e atteggiato “alla James Dean” e sembrava così unire, all’omaggio al glorioso rock’n’roll costituito dal suo disco, un preciso riferimento all’attore, rendendone così esplicito il profondo legame spirituale intessuto con la cultura della musica rock. Forse non è stata la scomparsa di James Dean a introdurre per la prima volta la mitizzazione della morte prematura, ma fu sicuramente la sua a offrire una nuova, moderna, formulazione a quell’ideale romantico; proprio lui che di un celebre poeta romantico vissuto intensamente, Byron, portava anche il nome. Fu James Dean infatti l’interprete per eccellenza del detto “live fast, die young”.

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